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Architetture semanticamente - taylor made

Andrea Ciotti

L’epoca contemporanea è caratterizzata da un pionierismo costruttivo molto evidente. La tecnologia e la tecnica hanno letteralmente “rubato” i saperi del fare da mondi affini, dall’aeronautica, dall’aerospaziale, dal militare. L’estro dei progettisti si puo’ cosi’ spingere all’infinito, non esistono piu’ barriere, tutto è. Flessibilità è la parola d’ordine, duttilità d’uso, trasformazione, rinnovamento, cambiamento. L’architettura si avvicina alla moda, all’alta moda, e viceversa il mondo del fashion diventa progetto, struttura, armatura, architettura del vestire. In questa intrigante commistione tra moda e architettura diventa basilare la percezione semantica del saper vestire l’architettura. Gli edifici si armano, si vestono, si svestono e rivestono, cambiano pelle, texture, matericità, colore, materiali e finiture. Le skin factory sono i registi di queste magie camaleontiche, autentici alleati di progettisti e contractor, artefici di magnifici headquarter che puntualmente ritmano i landscape urbani.

Aziende che quotidianamente, attraverso il prezioso operato dei propri team, cuciono sartorialmente soluzioni tailor made, grandi superifici vetrate, trasparenti, traslucide, opache, colorate, monocrome, supportate da piccoli o grandi scheletri, mirabili soluzioni semantiche per l’architettura. Tutto è possibile, nulla è impossibile nella mission dell’architettura odierna, l’industrializzazione a controllo numerico garantisce flessibilità, rapidità e qualità. Soluzioni studiate, personalizzate, realizzate su misura per specifici utenti e luoghi, proprio come un vestito di alta sartoria. Ricette ed esperienze che usufruiscono dei canali digitali della comunicazione per girare il mondo, per popolare il mondo. Architettura della sartorialità o sartorialità dell’architettura? Sartorialità o industrializzazione? La risposta: tecnologia, industrializzazione, sartorialità, benvenuti nel ventunesimo secolo.